Notizie dall’Europa

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A Modena con una borsa Leonardo

 

Mi chiamo Felipe, ho 34 anni e vivo in Spagna nella città di Lugo in Galizia.

Ho studiato presso la Scuola di immagine e suono Fondazione TIC grazie alla quale ho potuto conoscere il Progetto Leonardo da Vinci che offre la possibilità a giovani che abbiano terminato gli studi di fare una esperienza lavorativa all’estero.

Ho pensato che questa potesse essere una grande opportunità per migliorarmi nel lavoro e nella vita personale. Non avevo mai vissuto fuori casa prima di partecipare a questo progetto anche se avevo viaggiato in Europa in paesi quali Francia e Portogallo. Sempre però in vacanza e per un periodo di tempo breve.

Grazie alla borsa Leonardo da Vinci ho potuto visitare diverse città italiane e conoscere una cultura differente da quella del mio paese.

Ho avuto la possibilità concreta di vivere 3 mesi e mezzo a Modena.

Modena si trova nell’Italia del nord ed è una città che si distingue, tra le altre cose, per essere la città natale di Enzo Ferrari che fu il fondatore della scuderia Ferrari e in seguito della marca automobilistica che porta il suo nome. Per altro, desidero evidenziare un altro prodotto modenese conosciuto nel mondo, l’aceto balsamico che ho avuto il piacere di gustare e verificarne l’essenza straordinaria in una acetaia locale.

Quando sono arrivato a Modena mi ha impressionato il gran numero di biciclette classiche utilizzate dai cittadini modenesi per spostarsi in città contrariamente a quanto avviene nella mia città dove la bicicletta è poco utilizzata, ma soprattutto è la Mountain bike a essere usata.

Nella mia prima settimana in Italia ho studiato la lingua italiana presso la scuola Romanica e ciò mi ha permesso di conoscere altre persone di paesi diversi arrivati in Italia come me. Tra i miei compagni di studio ho conosciuto una ragazza giapponese che si chiama Hiroyasu Furukawa che possiede una gran voce lirica e un gran senso dell’umorismo.

In un paio di settimane mi sono trovato a lavorare per il Comune di Modena, nel settore “marketing e comunicazione” dove ho potuto conoscere molte persone impegnate nel mio settore professionale con le quali ho avuto modo di partecipare a diversi progetti nel campo dell’audiovisivo imparando uno stile diverso di lavoro nel settore quale ad esempio l’utilizzo della macchina fotografica digitale reflex per la produzione di video in sostituzione delle videocamere professionali come opzione standard nel mio paese.

Ho avuto l’opportunità di poter sviluppare ogni tipo di mansione nel settore multimediale come partecipare a campagne pubblicitarie, eventi culturali di ogni sorta, interviste a personalità…ecc, usando materiali diversi sia per la produzione che per la postproduzione.

Inoltre, sul lavoro, ho imparato un po’ d’italiano e mi sono inserito nella comunità modenese. Ciò mi ha permesso di arricchirmi culturalmente e personalmente. Durante il periodo in cui sono stato a Modena ho potuto assaggiare le specialità italiane e di questa città specialmente apprezzando le sue diverse proposte culinarie come, ad esempio “i tortelloni ai funghi porcini” e il famosissimo “gnocco fritto”.

 
 

Alessandra Varvaro

Sorprendente Berlino

 

Partita con una borsa “Visite e Scambi Grundtvig” del programma LifelongLearning dell’Unione Europea, ho svolto il mio progetto a Berlino, da giugno ad agosto 2012, presso il Gedenk-und Bildungsstätte Haus der Wannsee-Konferenz, uno delle decine di musei-memoriali dedicati allo studio del nazismo e alla commemorazione delle sue vittime, che si trovano nella capitale tedesca. Sono partita perché avevo il desiderio di approfondire le mie conoscenze e competenze nel settore in cui allora lavoravo (storia, didattica della storia, uso pubblico della storia) e volevo farlo nel paese in cui, più di qualunque altro, si è riflettuto e sperimentato in questo senso. In quei 90, brevissimi e intensi giorni trascorsi a Berlino, ho così avuto la possibilità di vivere un’esperienza, da un lato, altamente professionalizzante, dall’altro, di grande arricchimento umano e culturale.

Non solo sono entrata subito nel vivo della vita lavorativa dell’istituzione che mi ospitava, ma ho colto tutti gli spunti e le occasioni offerte dalla mia referente per visitare luoghi, conoscere persone, partecipare a convegni e incontri pubblici sui temi di mio interesse. Nel tempo libero mi sono invece dedicata alla conoscenza della città in lungo e in largo, facilitata nell’impresa dalla bicicletta (mezzo di spostamento molto utilizzato a Berlino) e dalla efficiente rete di trasporti pubblici. Ho così scoperto che Berlino è circondata nella sua immediata periferia da boschi rigogliosi e laghi azzurri; che la città è costituita da tanti quartieri che sono come piccoli paesi, ognuno con le sue peculiarità architettoniche, di composizione sociale e una sua particolare vita diurna e notturna; che i berlinesi hanno fama di essere scontrosi ma che in realtà non lo sono affatto; che è una città molto tollerante degli stili di vita e della libertà personali, nel rispetto (per noi italiani quasi paranoico) delle regole condivise.

Dal punto di vista professionale, è stato di grande stimolo potersi confortare quotidianamente con i colleghi tedeschi, in un luogo, per altro, frequentato da studiosi e visitatori da tutto il mondo, e scambiarsi alla pari, saperi, competenze ed esperienze.

Ho portato a Berlino la mia curiosità, la mia disponibilità ad imparare e a trasmettere e sono rientrata, non senza un briciolo di dispiacere, colma di stimoli e voglia di fare, più consapevole delle mie capacità e delle mie potenzialità, pronta, in futuro, a ripartire e, sicuramente, più a lungo di tre mesi.

 
 

Stefania Macchioni

A Bruxelles, non solo per la mia carriera…

 

Il 17 gennaio 2013 ho festeggiato il mio 5° anno di permanenza a Bruxelles. Diciamo che cinque anni fa non avrei mai detto che mi sarei stabilita qui, ma il lavoro e l’amore hanno fatto si che Bruxelles diventasse la mia seconda casa (perché Modena con tutti gli affetti e luoghi cari rappresenterà sempre il posto che io sentirò come prima casa).

La mia fregola del girovagare non so dire esattamente da dove arrivi, ma so dire per certo che la curiosità verso l’altro e ciò che non conosco, e la voglia di mettermi alla prova mi hanno portato sin dall’età di 16 anni a prendere l’aereo da sola o in gruppo per varcare il confine italiano e scoprire altro. Devo ammettere che comunque ho avuto il grande vantaggio che mia madre ha sempre avuto piena fiducia in me, che mi ha sostenuto nelle mie scelte e spronato, che mi ha permesso di fare le mie esperienze, nonostante questo significasse non avere il pieno controllo su sua figlia.

Dopo avere girato l’Europa per vacanza, studio e lavoro – tra cui 2 mesi come “Au Pair” in Inghilterra e 3 mesi di corso di tedesco a Friburgo in Germania – con una Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche in tasca, sono partita alla volta della Croazia a fare il Servizio Volontario Europeo (SVE). Perché la Croazia? Diciamo che era stata oggetto della mia Tesi di Laurea, ma immergermi per 6 mesi in terra balcanica era anche stato un grande sogno dopo avere visto i film di Kusturica, ascoltato le musiche di Bregovic e passato 2 settimane in terra bosniaca a giocare e fare attività con uno splendido gruppetto di bambini bosniaci. Perché il volontariato? Perché lo SVE mi avrebbe permesso di fare un’esperienza lavorativa in un ambiente giovane, interessante e dinamico, e a contatto con realtà che mi avrebbero messo alla prova e per cui avrei potuto dare il mio contributo. Inoltre, lo SVE, essendo un programma comunitario, sarebbe avvenuto in un contesto organizzato e sostenuto finanziariamente. L’esperienza dello SVE per me è stata fondamentale. Durante quei 6 mesi del 2005 infatti ho imparato a gestire campi di lavoro estivi per ragazzi e ad organizzare attività internazionali per ragazzi. Il mio inglese è migliorato parecchio, anche se con un marcato accento balcanico (il croato, infatti, non l’ho imparato molto!) e ho stretto amicizie che durano tutt’oggi – alcune poi si sono trasformate in ottime opportunità di collaborazione lavorativa negli anni che sono venuti successivamente.

Al mio rientro, grazie allo Europe Direct di Modena e all’associazione Going to Europe, ho potuto continuare ad occuparmi di informazione europea e ad organizzare attività internazionali per ragazzi, come ad esempio scambi tra gruppi di ragazzi di paesi europei diversi. In questi anni sono cresciuta professionalmente ed è grazie a questo trampolino che ora mi trovo a Bruxelles.

A soli 2 anni di rientro a Modena, il bug del volere di più e di mettermi alla prova in un altro contesto si è fatto risentire, perciò nel 2008 sono ripartita. L’esperienza e il network in cui ero entrata negli anni precedenti hanno fatto sì che questa decisione di partire alla volta di Bruxelles sia stata affiancata immediatamente da un’offerta di lavoro proprio in quanto stavo già venendo a Bruxelles per conto mio. Diciamo che a volte nella vita prendiamo delle decisioni che ci aprono la strada a qualcosa a cui non avremmo mai pensato e che non ci sarebbe mai capitato se per primi non avessimo preso quelle stesse decisioni.

Partita con l’idea di venire a fare un “Master in europrogettazione e consulting” a Bruxelles, finito il Master sono rimasta a lavorare per la rete italiana dei centri di servizio per il volontariato per cui io ero da riferimento del dipartimento Europa a Bruxelles. Per quattro anni ho lavorato per questo ente in un contesto prettamente europeo, infatti la rete italiana è membro di una rete europea del volontariato. Ho imparato tantissimo da questa esperienza e dal contesto intriso di persone che provengono da ogni parte del globo.

Dopo qualche anno la realtà movimentata di Bruxelles in cui nessuno si accontenta del lavoro che ha e tutti vogliono costantemente migliorare ha influenzato anche me (anche se la base c’era già). A Bruxelles, infatti, di media le persone rimangono nello stesso posto di lavoro per 3 o 4 anni (per inciso, però, c’è da dire che a Bruxelles chi vuole migliorarsi trova anche l’opportunità perché vi è un’enorme quantità di offerte di lavoro – e di alto profilo). E cosi dal gennaio 2012 ho trovato anche io il modo di migliorare la mia professionalità. Ora lavoro come fundraiser presso BirdLife Europe, la rete europea delle organizzazioni che proteggono biodiversità e uccelli – di cui è partner anche la LIPU. Diciamo che la strada è lunga per imparare a distinguere le diverse specie di anatre che esistono anche solo in Europa, ma questo magari sarà il side dish di quanto imparerò in questo ambiente internazionale, visto che il focus del mio lavoro è gestire progetti e parlare con i finanziatori.

Come mai non ho fatto riferimento al secondo motivo che mi tiene qui? Perché bisogna avere ragioni che vanno oltre la propria carriera per accettare di non vedere quasi mai il Sole e di vestirsi con il cappotto invernale a giugno, se il tempo gira male!

 
 

Beatrice Senese

22 anni, studentessa Erasmus a Magonza, Germania

 

ERASMUS IN GERMANIA

Fine settembre.

Lungo il viale che costeggiava gli edifici bassi, colorati dello studentato tedesco crescevano alti alberi ancora verdi.

Sui prati incolti che si stendevano tra un blocco e l’altro, alcuni studenti, ancora in attesa di ricevere le chiavi della loro futura camera, o che non avevano trovato alloggio per il semestre invernale, campeggiavano sull’erba, accendevano il barbecue o dormivano ancora, nonostante fosse giá giorno pieno – e straordinariamente luminoso, per una giornata tedesca di fine settembre – nei loro sacchi a pelo tecnici, blu e verdi, nascosti tra un cespuglio e l’altro.

Camminavo lungo il viale e l’impressione che ricavavo di questo studentato presso l’Universitá Johannes Gutenberg di Magonza, nella civilissima Germania, era piú quella di un bosco incolto e incredibilmente vivo che di un ben organizzato luogo di studio.

Qualche mese piú tardi sarei stata in grado di orientarmi perfettamente, anche nel buio delle cinque dei freddi pomeriggi invernali, tra un blocco e l’altro, un prato e l’altro, quasi ad occhi chiusi.

Conoscevo i sentieri, le scale e le rampe che portavano alle camere, o al parcheggio delle bici.

Con la mia bici attraversavo il bosco, poi, una volta in cima, all’ultimo piano della palazzina – uscivo sul ballatoio per raggiungere l’altra ala dell’edificio, dove era la mia camera – respiravo lentamente l’aria fredda della sera, e guardavo in basso, verso l’ingresso, verso i corridoi illuminati che collegavano un edificio all’altro, e gli alberi che si stagliavano neri contro il cielo.

Vedevo gli studenti che passavano per i corridoi, si salutavano, le biciclette che venivano appoggiare contro i muri degli edifici, i ragazzi che tornavano dall’universitá o dal centro commerciale sull’altro lato della strada, carichi di borse. L’aria era piena di vibrazioni, io inspiravo profondamente e ascoltavo le loro parole.

Dopo qualche mese ho smesso di accorgermi se la lingua che ascoltavo era la mia lingua madre, o il tedesco. Il tedesco lo trovavo dovunque, nei libri che leggevo, nei discorsi e nelle sollecitazioni dei professori, spesso talmente forbiti, nel loro eloquio, da risultare poco comprensibili – ma anche nei cartelloni pubblicitari, per strada, nelle bacheche dell’universitá sovraffollate di richieste e di eventi, nei gruppi di facebook, nelle e-mail che ci spediva l’universitá, nei documenti, nel regolamento dello studentato che nessuno rispettava e, molto piú importanti, negli eventi culturali, nei party, negli annunci di serate e cineforum, alla predellina del bus…

Magici tram tedeschi che arrivavano ogni due minuti, piú puntuali che mai, autobus infallibili e pulitissimi, controllori gentili con in bocca un dialetto incomprensibile.

Nel giro di qualche mese, ho smesso di fare caso a tutte queste cose: la vita universitaria mi aveva completamente inghiottita, la corsa quotidiana al posto in prima fila, per esser sicura di riuscire a capire il professore, la corsa al bus, la corsa al libro da cercare nello sconfinato catalogo della biblioteca, la corsa serale alla camera della mia amica, la corsa a questo o quel pub, questa o quella discoteca. Se ripenso all’anno Erasmus, mi torna in mente una grande, frenetica corsa, una serie infinita di ostacoli, di preoccupazioni, di novitá e di scoperte, e qualche persona carina che ha corso questa corsa con me.

Persone carine, diventate improvvisamente necessarie, importantissime, alle fine di quell’anno, di tante nazionalitá diverse: polacchi, lettoni, lituani, inglesi, francesi, tanti francesi, e anche qualche tedesco che era giá stato in Erasmus da qualche parte in Italia, o in Europa, e ricordandosi del suo, di anno Erasmus, aveva voglia di incontrare ancora qualche studente internazionale per uscire insieme, per chiacchierare o per lasciarsi sorprendere da qualcosa che, durante il suo anno all’estero, non aveva fatto in tempo a scoprire.

Per parte mia, non era la prima volta che partivo, e neppure la prima volta che andavo a vivere in Germania per un lungo periodo, ma devo dire che questo resta sempre vero, anche per chi non é alle prime armi: c’é sempre qualcosa di nuovo da scoprire, qualcosa che la volta prima ci si é perso per strada, qualcosa a cui si é passati davanti senza accorgersene, e ripartire é l’unico modo per ritrovare, per riscoprire, per approfondire quello che si é visto (e soprattutto quello che non si é visto).

Ripartire serve un po’ a completare il puzzle, a rendere piú completa la propria visione su di un Paese straniero, sulla sua lingua e la sua cultura, e a volte, semplicemente, su sé stessi.

Ho visto tante persone partire per l’Erasmus con me, e nessuna tornare uguale a prima.

Ho visto tante persone che erano in Erasmus a Mainz con me, felici o disperati all’idea di tornare nel proprio Paese, ho visto tanti studenti imparare moltissimo o pochissimo nel corso del loro anno Erasmus, ma una cosa é certa: siamo tutti tornati a casa con un bagaglio in piú, qualche pensiero nuovo, qualche parola nuova, in lingue di cui prima ignoravamo l’esistenza, qualche esperienza da non raccontare, qualche pregiudizio in meno.

Nel bagaglio, io ci metto questa consapevolezza: l’essere europei, quest’espressione grande e indefinita che ci ripetiamo sempre per giustificare un milione di progetti, Erasmus o Leonardo, e tanti altri ancora; un “essere europei” che a tutt’oggi non so cosa debba significare, o come si realizzi.

Un concetto che mi ha riempita di dubbi, di incertezze, di curiositá nuove, ogni volta che ci ho sbattuto contro la testa. Un percorso lungo e difficilissimo.

Non conosco che un modo, per continuare questo percorso: partire, partire, partire ancora.

Perché c’é ancora tanto da fare, per arrivare a essere tutti “europei”, che io vorrei significasse: arrivare a essere, in Europa, tutti uguali.

 
 

Silvia Righi

Un biglietto per l’Europa – solo andata grazie

 

Doveva essere una quattro giorni di dibattiti simulati e divertimenti…ed invece ha probabilemnte condizionato i miei successivi 12 anni…e chissà quanti ancora a venire. La mia esplorazione dell’Europa è iniziata quasi per caso a 16 anni, quando con un centinaio di ragazzi provenienti da tutta Italia ho partecipato alla simulazione dei lavori del Parlamento europeo (Model European Parliament). Quella volta non mi ero mossa, la sessione nazionale si svolgeva infatti proprio a Modena, nella mia città, ma non si trattava che dell’avvio: mi si era aperto uno spiraglio su di un mondo – che a volte sembra estraneo ma altro non è se non il nostro mondo – e da lì non mi sarei più fermata.

A quella prima sessione ne sono seguite molte altre, e anche sull’onda di queste ho scelto all’università il percorso europeo all’interno di scienze politiche. L’Europa però va vissuta, per conoscerla, capirla, per renderci conto che noi ne siamo parte, ma che tante altre culture, altrettanto interessanti, concorrono a plasmarla. E così, come tantissimi dei miei compagni di studi universitari, ho fatto l’esperienza dell’anno di Erasmus (in Francia), che non ha fatto che accrescere il mio entusiasmo per l’ambiente internazionale, la ricchezza della mescolanza di culture e lingue diverse, insieme alla riconoscenza per l’Unione europea, che rendeva concretamente possibile tutto ciò.

L’Unione europea era quindi diventata per me una risorsa, un oggetto di studio e stava diventando, in un primo momento quasi incosapevolmente, un obiettivo. A sei mesi presso lo Europe Direct di Forlì, che ho accompagnato a lezioni sull’Unione stessa presso le scuole forlivesi, è seguito un primo tirocinio a Bruxelles, presso l’Osservatorio sociale europeo. Bruxelles: il cuore pulsante dell’Europa, dove ogni pub offre un ottimo spaccato del popolo europeo, dove nascono amicizie e amori che non sono neanche transnazionali, ma sovranazionali, perché semplicemente non contemplano le frontiere.

Ho fatto altri due tirocini a Bruxelles, uno all’ANCI-IDEALI ed un altro al Parlamento europeo. Questo secondo – che mi ha dato la possibilità di sentirmi veramente al centro della macchina europea e di vederne muovere gli ingranaggi – grazie di nuovo la mia città d’origine. L’efficientissimo team dell’ufficio comunale Progetto Europa-Europe Direct di Modena aveva infatti organizzato la prima edizione di una serie di ricche summer school dedicate ai temi di attualità dell’Unione.

Nel frattempo, tra una plenaria a Strasburgo ed una tarte tatin alla “Fin de siècle” – uno dei più folkloristici bistrot bruxellesi – mi sono laureata con una tesi in diritto dell’UE e, al termine dei tirocinii a Bruxelles, mi sono spostata a Bruges, dove ho frequentato il College d’Europe. Questo viene considerato la strada maestra per l’ingresso nelle istituzioni dell’Unione, ma per me è stato probabilmente, in primis, l’anno più bello della mia vita. Lì ho veramente respirato l’Europa e soprattutto gli europei, e, insieme a tanti ricordi, porto ancora con me amicizie tra le più belle e profonde, e una ricchezza di valore incommensurabile.

Al termine, gli amici “internazionali” mi hanno quasi dato della pazza quando ho deciso di tornare in Italia per un dottorato in diritto dell’UE, ma scoprire, vivere, capire l’Europa fa venire la voglia di farla scoprire a tutti, perché troppe sono le persone che non si rendono conto delle opportunità che questa rappresenta se solo riusciamo….non a portarla nella nostra vita, ma a scoprire che già ne è parte integrante, e che possiamo tutti contribuire a plasmarla.

…e comunque per chi ha avuto la fortuna di poter fare esperienze come quelle che ho fatto io, il richiamo euroepo resta fortissimo: scrivo infatti ora da Strasburgo, dove spero, tra un anno, di poter portare a compimento il percorso di dottorato doppio (italo-francese) e..sì, in conclusione credo sia proprio tutta colpa del MEP!
 
 

Andrea Casamenti

Tirocinio ad Augsburg da maggio a luglio 2011

 

Da maggio a luglio 2011 ho svolto un tirocinio “Leonardo da Vinci” ad Augsburg, una città bavarese di circa 260 mila abitanti. Niente mare, clima invernale e caffè indegni di tale titolo non mi hanno impedito di trascorrere una delle estati più belle della mia vita. “Com’è possibile?”, qualcuno si starà probabilmente chiedendo.

È andata così: già da qualche tempo nutrivo il desiderio di svolgere un´esperienza all’estero. I motivi erano molteplici: curiosità nei confronti di altre lingue e culture, interesse per le opportunità di lavoro al di fuori d´Italia o semplicemente voglia di fare nuove esperienze. A inizio 2011 sono venuto a sapere di un bando indetto dal Comune di Arezzo per l´assegnazione di quindici borse per svolgere tirocini di formazione professionale in Germania. Il programma dell’Unione europea denominato “Leonardo da Vinci” si rivolge, infatti, ai giovani lavoratori e mira a facilitare il loro inserimento nel sempre più complicato mondo del lavoro. Una volta inviata la domanda di partecipazione e superato un test di lingua piuttosto semplice, sono partito alla volta del paese della birra. Dodici ragazzi e ragazze provenienti da ogni parte d´Italia hanno condiviso con me l´esperienza e, fattore non meno importante, l´alloggio; viaggi alla scoperta del sud della Germania, pranzi domenicali e (di tanto in tanto) qualche litigio ci hanno reso talmente uniti che, tuttora, dopo oltre un anno e mezzo, siamo ancora in contatto. Le soddisfazioni maggiori, però, le ho avute sul piano lavorativo. Grazie alle mie già buone conoscenze della lingua tedesca mi è stato offerto di svolgere un tirocinio presso l´ufficio comunale della città di Augsburg. Qui mi sono prevalentemente occupato di politiche europee e tematiche internazionali, come da me auspicato. Ho avuto il piacere di collaborare con persone capaci e non mi sono mai stati assegnati compiti degradanti (mi riferisco al ben noto “fare fotocopie”). È inutile dire che, in tre mesi di tirocinio, ho imparato a lavorare in un ufficio, approfondito la mia istruzione e migliorato le mie competenze linguistiche. Ed è fuori discussione che, se nel 2011 non avessi partecipato a questo progetto “Leonardo”, oggi non mi troverei a lavorare, grazie ad un contratto a tempo indeterminato, presso l´Ambasciata dell’Austria a Bruxelles.
 
 

Enrico Cattabriga

Volontario europeo partito con Europe Direct Modena per Istanbul da dicembre 2011 a maggio 2012

 

VITA: ANDATA E RITORNO
Arrivato a 25 anni, ho voluto guardarmi indietro e fare una piccola analisi della mia vita. Vivo, come tanti altri miei coetanei, un grandissimo desiderio di indipendenza e libertà che, per svariati motivi che non sto a ripetere, non ci è possibile soddisfare. Forse. Tutti i ragazzi, studenti e non, conoscono e sentono spesso parlare di opportunità all’estero. Opportunità che però non vengono colte o sfruttate, vuoi per mancanza di informazione, vuoi per impossibilità economica e ( SOPRATTUTTO) per pigrizia. In tanti non muovono un dito per paura che non gli piaccia quello a cui stanno per andare incontro (“mi mancheranno gli amici”, “non so farmi da mangiare”, “la mia morosa/o mi lascerebbe” sono le scuse più gettonate). Bene: il mio consiglio è quello di dire ad alta voce “CHISSENEFREGA!”, cosa avete da perdere? Pensateci un attimo prima di rispondermi e prendermi a male parole. Non dico questo per fare il sapientone o il demagogo di turno, ma perché tutte queste paure le ho avute anche io (e forse anche in quantità superiore alla media) e ora mi considero a pieno titolo “Cittadino del mondo”. Io sono reduce da un’esperienza Erasmus in Finlandia, a Helsinki, e un’altra come Volontario Europeo in Turchia, a Istanbul. Se guardo indietro e penso ai giorni prima della mia partenza ringrazio il cielo per non avere cambiato idea. Ho avuto la possibilità di vivere altre due vite, di sentirmi finlandese e anche turco, di conoscere persone meravigliose, di vedere il mio paese da straniero, capire che il mio mondo non è solo tra Cavezzo e Modena ma che si estende ben oltre alla mia (e vostra) immaginazione. Ma non sono solo grandi emozioni, sono anche le piccole cose: poter vedere un film in inglese senza problemi, ricevere dal tuo vecchio coinquilino olandese una cartolina con gli auguri di Natale, sentirsi su skype con i tuoi amici da ogni parte del mondo e avere una buona scusa per andarli a trovare, oltre ad una serie di innumerevoli aneddoti che difficilmente si potranno dimenticare. Doverose, a questo punto, sono alcune precisazioni: io posso ritenermi fortunato di come ho vissuto le mie esperienze (per i motivi sopra citati), ma non sempre è così. Non è detto che il luogo che sceglierete sia il VOSTRO posto o che le persone che incontrerete siano GLI amici, ma come amo ricordare alle persone che mi rispondono così, avrete comunque una marcia in più degli altri (ma non dico il perché, altrimenti non sareste curiosi di scoprirlo). Inoltre, l’impresa alla quale vi state avvicinando, se positiva, sarà solo una parentesi, ricordatevelo! Se si vuole davvero cambiare la propria vita, bisogna lasciarla per poi impossessarcene di nuovo, da persone diverse e con nuovi obiettivi e orizzonti da raggiungere. Emigrare va bene, è positivo, ma tornare migliori è ancora meglio. Siate un po’ egoisti e non pensate che tutto si risolverà da sé. Vivete il mondo, per davvero, per qualche mese, e un giorno sorriderete anche voi.
 
 

Susana Colaço Rocha da Silva

 

UNA FAMIGLIA A SPASSO IN EUROPA
Vengo dal Portogallo, per la precisione da Lisbona, e sono la prima di tre fratelli: uno in Italia, uno in Spagna, uno in Portogallo. Io sono quella in Italia. Potrebbe essere così anche se non ci fosse l’Unione europea, ma molto probabilmente non lo sarebbe.

Alla fine della laurea triennale ho inaugurato in famiglia la tradizione di non limitarsi al percorso tradizionale. Non che non sia ormai una tradizione per ogni studente universitario europeo trascorrere un periodo di studio all’estero durante il proprio corso di laurea (si pensi al Programma Erasmus…). Però andare all’estero dopo la laurea è già una cosa un poco diversa. A una prima esperienza professionale all’estero, viene naturale pensare ne potrebbe seguire un’altra e, in meno di niente (sì, perché 6 mesi all’estero sembrano volar via; appena partiti, si sta già tornando) ci si trova una seconda casa, quando va molto bene, o una bellissima esperienza, quando va in qualunque altro modo.

Andiamo ai fatti: dopo la laurea in Studi Europei arrivo in Italia per un tirocinio presso il Centro di Documentazione europea dell’Università di Modena e Reggio Emilia all’interno del programma europeo Leonardo da Vinci (cui obiettivo è di permettere ai giovani di svolgere una parte della loro formazione professionale in un altro stato membro, presso imprese, scuole professionali, parti sociali, enti e università). Trascorsi i 7 mesi del “mio Leonardo”, vengo invitata a tornare a Modena per contribuire alla preparazione della Summer School Renzo Imbeni, che viene organizzata dal Comune di Modena assieme all’Università e permetterà a sua volta ad alcuni studenti di svolgere un tirocinio presso istituzioni europee.
Torno a Lisbona, inizio e finisco la specialistica e… ritorno in Italia per lavorare all’Europe Direct del Comune di Modena con una borsa di assistentato di quasi un anno all’interno del programma europeo Grundtvig (un programma rivolto al personale, attuale o futuro, impegnato nell’educazione formale, non formale e informale degli adulti).

Nel frattempo mio fratello conclude gli studi in Portogallo, va a Barcellona per un tirocinio Leonardo da Vinci, viene assunto dall’impresa e rimane lì a lavorare. Oggi, è rimasto in Portogallo il fratello più piccolo, e penso, spero e mi auguro che anche lui, spinto dalle mille opportunità europee, vada dove vorrà andare.
In questo modo non si tratta soltanto di conoscere altri paesi, culture e persone… ma si tratta di essere a casa anche in altri paesi, in altre culture e con altre persone.
Forse non si tratta più di conoscere l’Europa, ma di essere un europeo.