La posta del Ratto

La posta del Ratto

ovvero pensieri, parole e Euroriflessioni degli Attori/Agenti del Ratto d’Europa dall’ultimo avamposto modenese di caccia.

 

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Europa Europa.

 

Da qualche tempo ho di fronte un’impresa ardua più di quanto avrei creduto. Una cosa tutto sommato semplice, apparentemente banale, mi risulta terribilmente faticosa, non so se per via di una mia gravissima (e per altro plausibilissima) forma di ottusità o se a causa di uno Zeit geist profondamente ostile… In poche parole, non riesco a recuperare una parte della memoria infantile, una parte molto molto precisa. Buoni! Niente choc de chambre o delirio post-edipico! Prima di scatenarmi contro un ipnotizzatore state a sentire i dettagli, forse si scopre che non sono il solo a soffrire di un deficit simile (ah, che sollievo sarebbe, in effetti, normalizzare tale difficoltà!)… Non riesco a ricordare con esattezza la prima volta che ho sentito la parola Europa, e potrete ben immaginare il mio disagio, visto il lavoro che stiamo portando avanti. A prezzo di enormi fatiche mnestiche sono riuscito soltanto, per il momento, a ridurre il campo a tre ipotesi: la prima vuole che latore della novità sia stato, me appena treenne, credo, mio padre di ritorno da un viaggio in Spagna, paese da lui definito europeo… ma so che mi si obietterà che l’aggettivo non può valere anche per il sostantivo, pignoloni che non siete altro! Dato che sospettavo che non me la sarei sbrigata così in fretta, ecco la seconda alternativa: avevo otto anni, e parlando di un parente migrato altrove per cercare fortuna il nonno disse che questi aveva preferito volare nelle Americhe, piuttosto che salire su, in Europa (Belgio, Germania, Francia… tutto quanto sia geograficamente categorizzabile come “su”, insomma): qui non avreste niente da ridire, vero? Potrei prendermi la legittima vittoria, se non fosse per un dubbio inopportuno, fastidiosissimo, venuto giusto giusto a rimordermi la coscienza e costringermi alla “terza via”… Più o meno all’epoca in cui mio nonno pronunciava il fatidico vocabolo, trombe di ben altra risonanza quantitativa (di massa, è il caso di dire) suonavano la medesima nota. Debuttava sulle reti televisive nazionali un varietà dal titolo più che eloquente, che nel giro di qualche mese somministrò in dosi massicce quella che fino ad allora doveva essere stata una parola quantomeno periferica del mio vocabolario d’uso comune: Europa Europa, si chiamava, e come dimenticarlo! Non fosse altro che per il leggendario gioco telefonico (mai vinto da nessuno, mi pare). Orbene, io non so ricostruire se parlò al mio orecchio prima il tubo catodico o il gloriosissimo avo, ed ecco dunque chiariti i termini della penosa condizione in cui ristagno. Che vergogna… Confondere gli affetti familiari e la coazione linguistica mediatica! Quantomeno ho fatto outing: non so a chi devo il mio euro-imprinting! Del resto appartengo agli anni figli di “Mamma TV”, e magari anche questo è un male generazionale…

 

Lino Guanciale

 
 

In groppa al Ratto

 

Se stai sul palcoscenico del teatro Argentina, a Roma, e guardi la sala illuminata a giorno, particolarmente quando è vuota, senza il pubblico, il colpo d’occhio t’incanta. E quel gioiello d’architettura, con i suoi stucchi e i suoi velluti, non è che un esempio – eccellente – dei tanti teatri straordinari disseminati per il nostro Paese. Un colpo d’occhio che incanta, sì. Ma che inganna, anche. O rischia di farlo. Si può arrivare a pensare, magari senza accorgersene del tutto, che quel che succede lì dentro non c’entri poi troppo col mondo che c’è fuori, appartenga alla sfera dell’Arte, che vive, ed è giusto così, nella sua torre d’avorio e da sé si alimenta. Il pubblico è chiamato ad assistere e ad ammirare. Questo rischio è più forte, ovvio, per chi in quei posti ci lavora, per chi il Teatro lo fa. E, in generale, al di là che lo si faccia tra gli ori o in uno scantinato, io credo che questo sia il vero grande rischio del Teatro, di compiacersi, diventare autoreferenziale, perdere il contatto con l’unica linfa che può alimentarlo: la vita che c’è fuori dei teatri.

Per questo non ho dubbi: per me, attore, il principale merito di un progetto come quello del Ratto d’Europa è di portarci in giro per la città, in una scuola, una sinagoga o un centro anziani, tra volontari della Croce Blu, giovani manager o chi è troppo spaventato dalla vita, e permettermi, almeno un po’, di tenere vivo il rapporto tra il mio lavoro e il mondo “reale”. Farlo interrogandoci insieme su cosa sia per noi l’Europa e l’identità europea, poi, mi pare non sia altro che un modo per chiederci cosa voglia dire per noi essere cittadini, essere comunità.

Il mio senso civico o la mia coscienza politica non sono certo esemplari, e personalmente diffido sempre un po’ di chi mostra sicuro il vessillo del suo amore per il “vivere sociale”; allo stesso tempo mi pare che, anche se questo costa fatica e sacrificio, stare insieme agli altri, essere comunità, sia il solo modo di fare realmente esperienza, il solo modo reale per progredire umanamente. Per questo “una certa idea d’Europa”, per citare Steiner, con quel po’ di ostinato, disperato e utopico che si porta dentro, è qualcosa che riscuote la mia simpatia. Altro non saprei dire, al momento, su questo immenso tema che stiamo esplorando da mesi: come spesso accade in questi casi le idee erano più chiare, forse, prima di iniziare il viaggio. Una sola cosa: noto come immancabilmente ogni discussione sull’ “oggetto” Europa finisca quasi subito per diventare una discussione sull’Unione Europea, sulle sue istituzioni politiche, economiche e finanziare, su vincoli, leggi e disposizioni, sulla necessità di una politica estera comune o su come insieme si possa fronteggiare la terribile crisi economica che ci attanaglia. Poca o nessuna attenzione si pone all’immenso patrimonio di cultura di cui l’Europa è espressione: certo non lo si può spendere al supermercato, ma a fronte di una serie di primati che inesorabilmente e definitivamente andranno a tramontare, questa mi pare l’unica vera ricchezza del nostro Vecchio Continente destinata a durare, l’unica a cui guardare nella speranza di ritrovare la strada.

 

Nicola Bortolotti

 
 

Sostiene Tangolo.

 

Un’immagine di “google earth” mi proietta dall’alto in una discesa vorticosa su tutte le nazioni che sono riunite sotto il nome di Europa. Ci sono tutti gli stereotipi ed i cliché che colorano, a tinte forti, questi Paesi (come Hans Magnus Enzensberger nel suo “Ah! Europa…” e Patrik Ourednik in “Europeana” mi ricordano): la Spagna “todos amigos” del flamenco e della passione, la Francia come la più colta di tutte, la Germania semplice e vicina al popolo, i Norvegesi popolo vichingo, l’ Italia con i suoi maghi e i suoi spaghetti-pizza-mandolino ecc. ecc.

Poi c’è quello che si è constatato dal vivo, viaggiando, spesso molto lontano da tutto ciò che di “caricaturale” ci si aspettava ed a volte, invece, molto vicino a ciò… in qualcosa che fatica a mutare ed evolversi.

E ci si odia e ci si rispetta come parenti ora pronti a riconoscersi, ora non più. E c’è chi parente dice di non esserlo mai stato seppur, in qualche modo, faccia parte della famiglia. E poi le decisioni interne con chi vanno discusse? E quelle esterne? Solo con Papà e Mamma o anche con qualche figlioletto che, nel frattempo, sta crescendo? Oppure è già grande ma non è mai stato preso in seria considerazione… O ancora non ha quell’autorità tale (per sua negligenza o altrui prepotenza) da permettergli una voce in capitolo…

E se il presente ci urla che il futuro è vicinissimo e ci coglie impreparati, il passato può guidarci in scelte coraggiose e imminenti. Allora perché l’unica cosa che ci unisce effettivamente è solo una moneta? E quanto i nostri rispettivi Paesi sono ancorati alla propria storia in modo così indissolubile da non voler essere confusi con “civiltà” che poco o niente hanno a che spartire con loro?

C’è sicuramente bisogno di fare qualche passo in più. Oppure…?

 

Simone Tangolo

 
 

La mia ricerca. Una tragedia europea

 

“Prima del copia-incolla, era il collage.”
 

Anonimo del XIII secolo
 

Mentre sovente si rimpiange la pratica, pare desueta, di inculcare un certo numero di poesiole nei bambini delle elementari, giace negletta la memoria di un’altra esperienza fondamentale e fondativa dell’istruzione di molti ex-scolari: le ricerche. Ignoro se queste proto-tesine, questi capolavori pop di colla, bianchetto e cornicette, queste opere collettive confezionate in famiglia facciano ancora parte della formazione dei piccoli studenti; certo è che almeno una generazione di madri, oltre che di ex scolari, ne porta ancora i segni. Internet, è superfluo ricordarlo, vent’anni fa non c’era – tutt’al più qualche pionieristico Commodore 64 – e quelle due, tre, quattro volte all’anno in cui venivano assegnate le ricerche la pesca delle informazioni e delle immagini di corredo avveniva da un bacino piuttosto casuale, attingendo a quel che si aveva per casa o, più raramente, a ciò che il cartolaio o un bibliotecario paziente riusciva a procurare (credo di aver perso ore davanti al catalogo a cassettini della biblioteca “Orlando Pezzoli”, non capendo l’utilità della classificazione per soggetto, dato che non vi trovavo, per esempio, “porcospino”). Una grossolana catalogazione dei materiali di studio potrebbe comprendere: 1) volumi sparsi di enciclopedie abbastanza datate, quali Conoscere, Vita meravigliosa, I Quindici; 2) immagini tratte da cataloghi di agenzie di viaggio, volantini dei supermercati, riviste femminili; 3) per i più ricchi, speciali quaderni con “figurine” di città, animali e paesaggi già pronti da ritagliare (pubblicati da qualche genio del marketing che suppongo si sia poi riciclato vendendo riassunti online); 4) i libroni gialli Arnaldo Mondadori tipo Il Grande Libro della Storia, Il Grande Libro della Scienza o – massimo specialismo raggiunto – degli animali; 5) molta colla Pritt o Vinavil. Le ricerche vertevano su tutto lo scibile umano: le regioni d’Italia, le religioni dei nativi d’America, le specie in via di estinzione, un animale utile all’uomo che mangia gli insetti nocivi (come appunto il porcospino), i molti impieghi della barbabietola da zucchero o del maiale (è qui che si impara che esiste il sanguinaccio); e, arrivati finalmente in quinta, al traguardo della licenza elementare, un episodio della storia moderna, un pezzo del corpo umano, un paese d’Europa. La mia euro-tragedia inizia a questo punto. Quinta elementare, anno scolastico 1991/ 1992: quando Suor Augusta ordinò alla classe di scegliere un argomento scientifico, un momento storico e un paese europeo per le ricerche finali io non ebbi esitazioni. Precoce passione politica? Manie di grandezza? Chi può dirlo. Certo è che quando tornai a casa annunciando trionfante di averla spuntata, aggiudicandomi “la pelle”, “la Rivoluzione Francese” e “l’URSS” i miei genitori non nascosero la delusione e la preoccupazione. Ritenevano, evidentemente, che mi fossi fatta ancora fregare, anche se me ne sfuggiva la ragione. Siccome però erano persone piuttosto sbrigative dissero semplicemente: “fattela cambiare. L’Unione Sovietica non c’è più”. (Credo che mio padre abbia anche detto qualcosa di non gradevolissimo sull’ignoranza e sulla suoraggine della mia suora e sul fatto che questa ricerca, ringraziandoiddìo, almeno era l’ultima. Ma sorvoliamo). Non capii, il concetto mi sfuggiva. Ero una scolara diligente e non avevo scelto a caso: avevo visto sul sussidiario la cartina del paese che avevo scelto e sapevo che era il più grande, il più misterioso, il più freddo, il più tutto; copriva un sesto delle terre emerse del pianeta, si estendeva su undici fusi orari, aveva trecento milioni di abitanti… Mia madre, paziente, tentò di spiegarmi che da qualche mese l’URSS non esisteva più e che “adesso c’è la Russia, e poi ci sono degli altri paesi che si stanno definendo ora. Tu di’ a Suor Augusta che fai solo la Russia, eh? E ti fermi agli Urali, tanto oltre non è più Europa”. Ero confusa: dunque il sussidiario mentiva? Peggio: la storia si insinuava nella geografia, e mentre mio padre imprecava mia madre barava, cercando di ottenere uno sconto sulla mia ricerca. Tutto ciò non era onorevole, non potevo accettarlo. Mi dedicai, confusamente, ad appiccicare e ricopiare qualcosa su tutti i singoli cocci della mia povera, disgregata URSS, fino allo stretto di Bering, senza tralasciare nessuna delle neonate repubbliche della CSI – di cui, per inciso, si sapevano a malapena i nomi. Quando tornai a scuola notai una mia compagna, Eleonora, che confabulava con Suor Augusta. Doveva aver avuto un incidente simile al mio con i suoi genitori, perché la udii protestare che non voleva più fare la ricerca sulla Jugoslavia, che la Jugoslavia non si sapeva che fine avrebbe fatto, per caso c’era ancora un paese libero? E fu così che scoprii in un colpo solo: 1) che la mia amata insiemistica non dava conto della geografia dell’orbe terracqueo e che un paese poteva benissimo stare mezzo in Europa e mezzo fuori; 2) che comunque, ovunque sia il paese, non è detto che ci resti, dato che i confini delle nazioni – oibò! – si spostano senza neanche avvisare le maestre; 3) che i sussidiari non sono attendibili e forse neanche le madri e le suore. Poi dicono che uno è euroscettico.
 

Donatella Allegro

 
 

UN DITO DI TROPPO

 

Napoli. 1 Marzo 2012. Ore 00.42. Camminando.
 

“Allora Simone, il nuovo progetto sarebbe questo: il tema è l’identità Europea, il testo non esiste, lo scriveremo noi con l’aiuto di Modena e di Roma, la struttura è ancora da capire. Le prove saranno indicativamente durante la tournée  dell’Arturo Ui a Febbraio (n.b. il mese più corto). Si debutta a Modena nel Maggio 2013.
Che ne pensi ?”
 

Io, prolungo “un po’ di più” il silenzio fisiologico utile alla comprensione.
 

“Simone, ti vedo orripilato! – Parlami!”
 
Io, mantenendomi per la prima volta in vita mia sul diplomatico:
 

“No… E’, che… detto così… non è proprio chiaro, chiaro, chiaro. Il nuovo progetto sarebbe …?!” […]
 

Da quel giorno, sotto i miei occhi sono passati e continuano a passare libri, poesie, articoli di giornali, fotografie, brani musicali, pagine web per cercare di colmare al meglio eventuali “buchi” personali sul tema Europa. Ma il vero “buco” che ancora non sono riuscito a colmare del tutto, è quale sia la mia precisa idea sull’Europa e sull’Identità Europea. Mi sento Europeo? Beh, geograficamente sì. Ma idealmente? Mi risulta ancora difficile.
 

Dice un antico proverbio cinese: “Quando il saggio indica l’Europa, lo stolto guarda il dito”. – O era la Luna, che il saggio indicava? Mah! Comunque al momento piace ricordarmelo così il proverbio -.  Di Saggi che ci hanno indicato l’Europa, ce ne sono stati tanti negli anni (Einaudi, Spinelli per restare tra i confini nazionali), tutti lo hanno fatto, puntando il Dito sulla via da percorrere per raggiungere quell’Identità, che forse sotto sotto un po’ invidio agli Stati Uniti d’America (nostra diretta controparte); ma tanti interessi personali e tanti, troppi interessi economici, hanno contribuito nel tempo a far gonfiare a dismisura e a deformare quel Dito, tanto da stringere la nostra prospettiva visiva solo su quello, nascondendo quegli ideali Stati Uniti d’Europa, che poco hanno a che fare con l’attuale idea di Unione Europea. Una delle cure necessarie per questa ipertrofia è sicuramente affrontare la questione Identità in tutte le sue forme e sotto tutti i punti di vista; mettere il problema sul piatto della discussione senza cercare di accaparrarsi a forza la ragione. Questo crea maggiore comprensione di ciò che vuol dire Identità Europea e quindi più consapevolezza.
 

Il proverbio che ricordavo io, finisce così: “Per non vedere più il dito e iniziare a vedere la luna, il primo passo è allargare lo sguardo.
 

Simone Francia

 
 

AN-NOTA-ZIONE EUROPEA

 

Questa idea di Claudio Longhi, che invita i cittadini modenesi e romani a una particolare attenzione sull’identità europea, sulla “verità mutevole” dell’Europa, per gli “incidenti” e le “sorprese” che la ravvivano rompendone regole e cautele mi sembra oggi più che mai legittima! Suono uno strumento (la fisarmonica) che col tempo si è ben radicato nel tessuto sociale di tutta Europa ma, come mi identifico in tutto questo? con le parole del psichiatra, scrittore e filosofo francese (martinicano) Frantz Fanon che nel suo testo più popolare (I dannati della terra del 1961) scrive: “l’Europa ha acquistato una tale velocità, pazza e disordinata, che sfugge oggi a qualunque guidatore, a qualunque ragione e va in vertigine spaventosa verso abissi da cui è meglio allontanarsi il più rapidamente possibile”. Non voglio allontanarmi, non credo sia una soluzione, ma tornare alla scuola guida si!
 

Olimpia Greco

 
 

EUTOPIA

 

Una bandiera blu con stelle gialle (quante?) che sventola al fianco dei quella italiana. La sigla di eurovisione che parte prima della visione delle partite dell’Italia. La cartina geografica tutta colorata ricopiata sul quadernone di scuola. La mia prima ragazza che parte per l’Erasmus in Germania. Un sacchetto di scintillanti monetine di euro con cui giocare a tombola durante le feste natalizie del 2000. Maastricht. Lisbona. Bruxelles.

Immagini e ricordi di ciò che era per me l’Europa fino a qualche tempo fa. Eppure qualcosa è cambiato. Ora le mie immagini, i mie pensieri, le mie riflessioni sono decisamente diversi. Non ho certo la presunzione di dire che siano più profondi , sia chiaro, ma senz’altro posso affermare di considerare l’Europa come orizzonte inevitabile e cruciale della mia vita e di quella dei miei figli. Lasciando da parte le considerazioni geopolitiche che altri meglio di me fanno e faranno sulle pagine dei giornali e sugli schermi televisivi, desidero porre l’accento su una parola che prepotentemente si è oggi accostata al mio pensiero d’Europa: speranza.

Europa è per me speranza di vita! Auspico che un giorno insieme a un sano sentimento patriottico (che ci difenda dalle tentazioni secessioniste di alcuni loschi individui) i nostri cuori coltivino un altrettanto florido senso di fratellanza europea, voglioso di un costante confronto, maturo nello scontro così da trarne profitto e non rancore, consapevoli che il nostro futuro non può non vederci seduti allo stesso tavolo a costruire una nuova società a misura europea.

L’Europa scorre nelle nostre vene! Dobbiamo riconoscerlo, e se tale agnizione avverrà in maniera autentica allora non si potrà più fare a meno di guardare il mondo in maniera diversa, di desiderare per i nostri figli ciò che noi padri ancora non riusciamo ad afferrare a piene mani, ma di cui immaginiamo la capitale importanza.

Europa,un’ antica speranza, la mia nuova passione!

 

Antonio Tintis