Pillole di saggezza europea

Pillole di saggezza europea

 

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Luigi Einaudi, Discorso pronunciato all’Assemblea costituente, 29 luglio 1947.

 

A mano a mano che si perfezionavano le comunicazioni ferroviarie e la navigazione a vapore e a motore prendeva il posto di quella a vela, e i popoli erano avvicinati dal telefono, dal telegrafo con e senza fili e dalla navigazione aerea, questa nostra piccola aiuola europea apertamente palesava la sua inettitudine a sopportare tante sovranità diverse. Invano gli stati elevano intorno a sé altre barriere doganali per mantenere la propria autosufficienza economica. Le barriere giovavano solo a impoverire i popoli, a inferocirli gli uni contro gli altri, a far parlare a ognuno di essi uno strano e incomprensibile linguaggio di spazio vitale, di necessità geopolitiche, e a far a ognuno di essi pronunciare esclusive scomuniche contro gli immigrati stranieri, quasi essi fossero lebbrosi e quasi il restringersi feroce di ogni popolo in sé stesso potesse, invece di miseria e malcontento, creare ricchezza e potenza.
 
 

Benito Mussolini, Annuncio della dichiarazione di guerra, 10 giugno 1940.

 

La parola d’ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all’Italia, all’Europa, al mondo.
 
 

Angelo Fortunato Formiggini, Trent’anni dopo: storia della mia casa editrice, Modena, Levi, 1977.

 

L’Europa nuova che dovrà sorgere dalle rovine della vecchia Europa dovrà essere civile e fraterna; non vi potrà essere fraternità se vi sarà oppressione di un popolo sull’altro, ma nemmeno se non vi sarà comunione di cultura tra i popoli. E converrà soprattutto che i popoli si conoscano nei loro aspetti più simpatici e umani, cioè appunto nella loro peculiare gaiezza e nelle particolari colorazioni che presso ciascuno di essi assume l’amore alla vita: ridere è amore di vita.
 
 

Charles De Gaulle, Memorie della speranza. Il rinnovamento, 1958-1962, traduzione di Lydia Magliano, Milano, Rizzoli, 1970.

 

L’Europa non ha come la Chiesa una promessa di vita eterna. Tuttavia, se anch’essa si unisce per superare i propri problemi, non potrebbe forse trovare un nuovo slancio?
 
 

Altiero Spinelli, L’Europa non cade dal cielo, Bologna, il Mulino, 1960.

 

Nella battaglia per l’unità europea è stata ed è tuttora necessaria una «concentrazione di pensiero e di volontà per cogliere le occasioni favorevoli quando si presentano, per affrontare le disfatte quando arrivano, per decidere di continuare quando è necessario».
 
 

Mario Monti, Discorso tenuto alla LUISS il 22 febbraio 2011.

 

Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario.
 
 

Guido Piovene, Viaggio in Italia, Milano, Mondadori, 1957.

 

Sotto un involucro di sorriso e di bonomia, l’Italia è diventata il paese d’Europa più duro da vivere, quello in cui più violenta e più assillante è diventata la lotta per il denaro e per il successo.
 
 

Victor Hugo, Discorso tenuto al congresso della pace di Parigi, 21 agosto 1849.

 

Verrà un giorno in cui anche a voi cadranno le armi di mano! Verrà un giorno in cui la guerra vi parrà altrettanto assurda e impossibile tra Parigi e Londra, tra Pietroburgo e Berlino, tra Vienna e Torino quanto sarebbe impossibile e vi sembrerebbe assurda oggi tra Rouen e Amiens, tra Boston e Filadelfia. Verrà un giorno in cui si vedranno questi due immensi gruppi, gli Stati Uniti d’America, gli Stati Uniti d’Europa posti in faccia l’uno dell’altro, tendersi la mano al di sopra dei mari.
 
 

Christa Wolf, Voraussetzungen einer Erzählung: Cassandra, 1983.

 

“Europa, la figlia del re fenicio che Zeus sotto forma di toro ha rapito dalla Fenicia e portato a Creta, dove ella gli ha generato fra gli altri figli colui che sarebbe diventato il re Minosse. Un atto di violenza su una donna fonda nel mito greco la storia dell’Europa. ”
testo originale: ” Europa, die Tochter des phönikischen Königs, die der Gott Zeus in Stiergestalt von Phönikien nach Kreta entführte, wo sie ihm unter anderen Kindern den späteren König Minos gebar. Ein Gewaltakt an einer Frau begründet im griechischen Mythos die Geschichte Europas”
 
 

Gianni Vattimo (intervistato dagli studenti del Liceo Scientifico “Elio Vittorini” di Milano), La costruzione della democrazia europea, puntata de Il grillo, 16 febbraio 2000.

 

Personalmente, non gradisco così tanto l’idea dell’Europa degli Stati, bensì l’idea dell’Europa dei cittadini. Quello che occorre all’Europa è la costituzione di un grande governo federale, sull’esempio dell’organizzazione dello Stato americano. Un grande stato federale nel mondo sono appunto gli Stati Uniti d’America. Noi avremmo pertanto gli Stati Uniti d’Europa. Come si addiverrà alla costituzione degli Stati Uniti d’Europa? Quello che so è che spesso si parla della transizione. Le transizioni politiche ed economiche sono lente. L’assunto di un riequilibramento interno all’Europa non deve necessariamente tradursi in un problema di livellamento totale.
 
 

Renzo Piano, Costruire sul costruito, “la Repubblica”, 3 novembre 2011.

 

Lo sviluppo delle città per implosione – ha concluso – è l’unico modo per evitare di costruire nuove periferie, che sono la scommessa del futuro. O riusciamo a trasformare le periferie in luoghi europei o sarà un disastro.
 
 

Arrigo Levi, Un paese non basta, Bologna, il Mulino, 2009.

 

Se una certa idea dell’Europa è stata mia compagna di viaggio per tutta la vita, quell’idea l’ho appresa in Argentina, in modo del tutto naturale e spontaneo; e non la debbo soltanto al mio cosmopolitismo di ebreo della diaspora. Sono europeo come può esserlo chi è stato un poco americano, ossia un europeo esiliato, e per questo, forse, un poco più europeo di chi non ha mai conosciuto l’esilio, con le sue nostalgie. La mia è una blended europe, un giuso cocktail di tante Europe, di tanti paesi – uno da solo non basta – tutti confluiti in quell’identità composita argentina, americana, che è stata la mia identità negli anni della mia formazione di adulto. Da lontano, certi paesaggi si vedono meglio.
 
 

Napoleone Bonaparte citato in Emmanuel de Las Cases, Il memoriale di Sant’Elena, a cura di Luigi Mascilli Migliorini, Milano, BUR, 2004.

 

Non avevo finita la mia opera. L’Europa sarebbe diventata di fatto un popolo solo; viaggiando ognuno si sarebbe sentito nella patria comune Tale unione dovrà venire un giorno o l’altro per forza di eventi. Il primo impulso è stato dato, e dopo il crollo e dopo la sparizione del mio sistema io credo che non sarà più possibile altro equilibrio in Europa se non la lega dei popoli Abbiamo bisogno di una legge europea, di una Corte di Cassazione Europea, di un sistema monetario unico, di pesi e di misure uguali, abbiamo bisogno delle stesse leggi per tutta Europa. Avrei voluto fare di tutti i popoli europei un unico popolo L’Europa non è più una tane di talpe Quello che vuole ottenere a forza coi suoi 800 mila uomini dovrà un giorno fondersi, spintovi dalla ragione e dalla necessità, in un patto spontaneo: un giorno da tutti quei popoli ne nascerà un popolo solo Ecco l’unica soluzione che mi piace.
 
 

Ian McEwan, La mia Europa è fatta così, “Tuttolibri”, 10 giugno 1989.

 

Un’unica Europa della cultura non esiste e non è desiderabile che ci sia. Penso che l’unica via per un’armonia continentale deve passare per il rispetto delle diversità nazionali.

Mi sento inglese, anche se non so bene cosa voglia dire. D’altra parte ci sono molti miei connazionali che, irritati da dieci anni di governo autoritario e ultraconservatore, vedono nell’Europa unita la possibilità di ristabilire alcune fondamentali libertà perdute.
 
 

Edmund Husserl, Crisi e rinascita della cultura europea, a cura di Renato Cristin, Venezia, Marsilio, 1999.

 

L’Europa spirituale ha un luogo di nascita. Non parlo di un luogo geografico, di un paese, per quanto anche questo sia legittimo; parlo di una nascita spirituale che è avvenuta in una nazione, o meglio per merito di singoli uomini e di singoli gruppi di uomini di questa nazione. Questa nazione è l’antica Grecia del VII e del VI secolo a.C.
 
 

Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, Bari, Laterza, 1932.

 

Questo processo di unione europea, che è direttamente opposto alle competizioni dei nazionalismi e sta contro di essi e un giorno potrà liberarne affatto l’Europa, tende a liberarla in pari tempo da tutta la psicologia che ai nazionalismi si congiunge e li sostiene e ingenera modi, abiti e azioni affini. E se tal cosa avverrà, o quando essa avverrà, l’ideale liberale sarà appieno restaurato. Ma non bisogna immaginare la restaurazione di questi ideali come il ritorno alle condizioni di un tempo, come uno di quei ritorni al passato che il Romanticismo sognò talora, riposandovisi in dolce idillio. Quanto è accaduto, quanto sarà per accadere nel mezzo, non potrà essere accaduto invano; e taluni istituti dell’antico liberalismo saranno da modificare in maggiore o minor misura, o da sostituire con altri meglio adatti, e classi dirigenti e politica composte alquanto diversamente di quelle di prima sorgeranno.
 
 

Paul Valéry

 

L’Europa diventerà quello che in realtà è, cioè un piccolo promontorio del continente asiatico?
 
 

Syusy Bladi

 

Quest’estate, ho viaggiato con Adriatica per il Mediterraneo, sulle rotte dei popoli del mare. Queste popolazioni invadono il Mediterraneo fra il 1200 e il 1400 avanti Cristo e definiscono tutto ciò che forma la nostra cultura. Probabilmente si tratta di navigatori provenienti dal nord Europa. È assurdo che nessuno si sia accorto che nel Mediterraneo, ad esempio, ci siano rotte navigabili via mare con la vela e mura megalitiche in ogni dove. Dalle Baleari alla Turchia, dalla Grecia all’Italia, dalla Sicilia alla Sardegna. Ognuno fa ricerca per sé. Le mura del Lazio, le mura della Turchia… Nessuno le mette in relazione. Magari con qualche cosa di davvero rilevante e ad un certo punto dimenticata. Trovo delle cose incredibili: mura ciclopiche, elefanti di pietra alti 5 metri… Cose che, insomma, è assurdo che le persone e, soprattutto, l’archeologia ufficiale, non abbiano già messo in relazione. E allora, è un po’ questo, il “per caso”: si cercano cose che poi, alla fine, ci sono. Perché prima fai l’ipotesi, e poi le trovi davvero. Come Schliemann, che diceva che là c’era Troia. E poi c’era davvero.
 
 

Friedrich Dürrenmatt, La mia Europa è fatta così, “Tuttolibri”, 10 giugno 1989.

 

Per me l’Europa è un concetto culturale. Certo è un insieme di molti popoli ma esiste in sottofondo e in superficie una letteratura europea unificante. Comunque non riesco a ragionare in termini europei. Bisogna ragionare in termini universali e il mondo è scienza. Ma la scienza è vero viene dall’Europa. L’America non è stata un fenomeno europeo, prima di divenire culturalmente autonoma? Anche la letteratura sudamericana viene dall’Europa. L’Europa ha dato vita a tradizioni che poi si sono sviluppate autonomamente.
 
 

Mario Borghezio citato in Marco Travaglio, Carta canta, “La Repubblica”, 6 gennaio 2005.

 

Finora ci è mancato quello che poteva parlare all’Europa, ma presto torna, lo vogliamo di nuovo sul palco, quello tra poco gli fa un culo così ai politici bastardi che vogliono farci ingoiare la faccenda della Turchia… A Verona la Lega è stata troppo tenera con Papalia , quello che vorrebbe rieducare i patrioti padani. Appena inciampa per la strada, qualcuno dovrà rifilargli una bella scarica di calci nel culo.
 
 

Frantz Fanon, I dannati della terra, traduzione di Carlo Cignetti, Torino, Einaudi, 1962.

 

L’Europa ha acquisito una tale velocità, pazza e disordinata, che sfugge oggi a qualunque guidatore, a qualunque ragione e va in vertigine spaventosa verso abissi da cui è meglio allontanarsi il più rapidamente possibile.
 
 

A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, 1819.

 

Le altre parti del mondo hanno le scimmie; l’Europa ha i francesi. La cosa si compensa. Se le altre parti del mondo hanno le scimmie, l’Europa ha i francesi.
 
 

Hans Magnus Enzensberger, Il mostro buono di Bruxelles, traduzione di Severi Palma, Torino, Einaudi, 2013..

 

L’Europa è sulla bocca di tutti. Ma verso le istituzioni di Bruxelles domina la diffidenza. Sono sempre di più gli europei che si chiedono che cosa muova questi governanti in gran parte sconosciuti e dotati di una legittimazione alquanto discutibile. Odo Marquard, un filosofo tedesco insolitamente ragionevole, ha detto che a cambiare il mondo sono già stati parecchi, ma che il punto è piuttosto quello di averne cura. Una bella sfida per l’UE.
 
 

Paolo Rumiz, Trans Europa express, Milano, Feltrinelli, 2012.

 

La mucca Lettone! Sarebbe da farle un monumento, è raffigurata anche sulle monete. Basterebbe questo per amare il paese. La Lituania ha un cavallo bardato con un guerriero in sella; la Russia, la magniloquente aquila bicefala di Bisanzio; l’Estonia ha tre leoni sovrapposti come gli stemmi araldici inglesi; la Polonia, un’aquila coronata con una croce tra le zampe. La Lettonia ridicolizza tutti con la sua mucca che pascola quietamente in un prato, sotto un arcipelago di nubi migranti.
 
 

Eric J.Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780, traduzione di Piero Arlorio, Torino, Einaudi, 1991.

 

Le “Questioni nazionali” che si ripropongono a partire dal 1989-1992, non sono affatto nuove per l’Europa, patria per eccellenza delle cause nazionali.

L’esplosione del nazionalismo separatista ha uno specifico radicamento nel passato storico Novecentesco. Le uova di Versailles e Brest-Litovsk sono ancora in cova, pur dopo aver già partorito l’escalation nazi-fascista. Affrontare il nazionalismo oggi, significa ripartire da quanto accaduto nel 1918-1921, all’epoca del crollo dei grandi Imperi (Asburgico, Ottomano, Zarista), la cui dissoluzione ha lasciato il campo ad un’Europa nuova, mai vista, di certo non risolta.
 
 

Massimo Cacciari, Il barbaro che verrà, “la Repubblica”, 1 maggio 2012.

 

Non per nobiltà di sangue, non per coraggio, non per grandezza di opere e di gesta, Europa si oppone ad Asia, ma per questo: per la potenza con cui determina ogni astratta unità, per la misura che sa conferire ad ogni elemento, per la esattezza con cui il suo linguaggio si rapporta alla cosa. Anche il Greco conosce l’illimite – ma è l’illimite da cui provengono i cosmi, gli ordini, le forme e la bellezza, alla fine, che possiamo ammirare e dobbiamo conoscere.
 
 

Jacques Attali, citato in paolobarnard.info

 

Ma cosa credeva la plebaglia europea? Che l’Euro fosse fatto per la loro felicità?
 
 

Walter Barberis, Il bisogno di patria, Torino, Einaudi, 2004.

 

Uno dei punti più bassi della sua civiltà l’Europa lo ha toccato lasciandosi scivolare nella carneficina della prima guerra mondiale. Nel 1916, Romain Rolland rifletteva che da quella “mischia di popoli”, qualunque fosse stato l’esito, l’Europa ne sarebbe uscita “mutilata”: milioni di uomini, lanciati “gli uni contro gli altri come formicai”, stavano sacrificando all’insensatezza della guerra “la ragione, la fede, la poesia, la scienza”, tutto ciò che aveva fatto unica la storia europea. Tutti si rimbalzavano “l’un l’altro la qualifica di barbari”, dichiarandosi ciascuno dalla parte “della civiltà contro la barbarie”. L’affermazione di visuali nazionalistiche chiuse inaugurava un secolo di distruzioni: non soltanto materiali, ma più nel profondo, culturali. Il “barbaro”, che aveva fatto l’Europa, con i suoi prolifici incontri con il mondo latino, tornava a campeggiare come uno straniero da cui difendersi. Il Novecento non avrebbe lesinato questa definizione per un numero imprecisato di avversari politici, intenti reciprocamente al ritratto di fisionomie incompatibili, e a predisporre per l’altro l’annientamento totale. Se solo si fosse guardato un po’ più in là, oltre la miopia della contemporaneità, magari al VII secolo, si sarebbero visti Goti e Burgundi incontrare Galloromani in Gallia; e altri Goti, Longobardi e Latini in Italia; e altre federazioni di popoli altrove, con Anglo-Sassoni, Danesi, Normanni e Vichinghi. In quel gioco di arrivi e ripartenze, da molte periferie verso molti nuovi centri, nasceva l’Europa; con il contributo del cristianesimo, a sua volta fatto di componenti diverse, essenziale comunque nella sua creazione di ulteriori scambi e giunzioni, con i suoi meccanismi di inclusione, gli apporti a una immagine unitaria.
 
 

Luca Francesconi, intervistato da Daniela Zacconi (Colta, ma non per pochi, “Corriere della Sera”, 15 marzo 2008).

 

In Italia abbiamo un analfabetismo musicale terrificante. Nei maggiori Paesi d’Europa chiunque suona uno strumento o canta in un coro: sono “amatori” che hanno un livello superiore a quello di certi nostri mediocri professionisti.
 
 

Mila Porogeic, Non sono una migrante

 

La pianura scorreva senza pietà oltre il finestrino: senza pietà per il suo sguardo, per i suoi ricordi. “Oggi i treni vanno troppo veloci”, pensò Irene, perché si possa sentire il viaggio: al posto di una tragica ma dolce transizione, nient’altro che un salto, freddo e violento. Senza il tempo di abituarsi, neppure di rendersi conto. Ma, se la dolcezza non era concessa, il dolore si faceva comunque sentire. Prima di prendere la decisione di partire si era ripetuta molte volte: mi sposto di poco, l’Europa, in fondo, è un unico, piccolo paese. Ma capiva che non era vero. Il Danubio le parlava già una lingua che non era la sua.
 
 

Hans Magnus Enzensberger, Ah, Europa! Rilevazioni da sette paesi con un epilogo dall’anno 2006, traduzione di Claudio Groff, Milano, Garzanti, 1989.

 

Ciò che Lei chiama caos è la nostra più importante risorsa. Noi viviamo di differenza. Per i politici che vogliono mettere tutti d’accordo, almeno fino a un certo punto, una situazione del genere rappresenta naturalmente l’inferno. Per decenni abbiamo inseguito una chimera: l’unità europea come progresso tecnico, crescita e razionalizzazione. Ogni tendenza livellatrice, sia essa politica religiosa o sociale, è pericolosissima per il nostro continente – ciò che ci minaccia è l’unità coatta, l’omogeneizzazione. Se qualcuno con un paracadute mi buttasse da qualche parte in Africa, America o Europa, intuirei subito riaprendo gli occhi, dove sono atterrato. So cosa significa essere nato e cresciuto in Europa. Ma il senso dell’idea europea o, peggio, di una elefantiaca costruzione burocratica di nome UE mi sfugge. L’unica certezza che ho è che si tratta di un giocattolo piuttosto costoso.
 
 

Anonima siciliana di mezz’età

 

E ora, una frase rubata oggi, 11 febbraio 2013, ad una signora in aeroporto:
 
“Io non ne ho conosciuti mai, di Europei”… è
 
 

Paolo Rumiz, Trans Europa Express, Milano, Feltrinelli, 2012.

 

Guardo la mappa e realizzo che se rovescio la Scandinavia verso il Mediterraneo facendo perno sulla Danimarca, arrivo fin oltre Tunisi. La direzione nord-sud è sconcertante… L’Europa è davvero una cosa verticale, e la sua anima è nascosta sul filo rosso della longitudine.
 
 

Hans Magnus Enzensberger, Il mostro buono di Bruxelles, traduzione di Severi Palma, Torino, Einaudi, 2013.

 

Bruxelles si trova sì in Europa, ma l’Europa non si trova a Bruxelles.
 
 

Mathias Örvist

 

L’Europa unita è un sogno, un’assurdità, un ossimoro. Ma proprio per questo può funzionare. Ma sì, facciamola. L’importante è non illudersi che a fare gli europei bastino meno di cent’anni.
 
 

Gianna Nannini, Ragazzo dell’Europa, 1982

 

…hai visto i tori nel sonno
 
ed hai lasciato Madrid …
 
…sembri quasi un poeta dentro i tuoi boulevard…
 
…non ritorni a Varsavia per non fare il soldato
 
ora vivi in mezzo a una sfida per le vie di Colonia e non sai dove andrai…
 
Tu ragazzo dell’Europa
 
tu non perdi mai la strada
 
Tu ragazzo dell’Europa
 
tu col cuore fuoristrada
 
Tu ragazzo dell’Europa
 
tu non pianti mai bandiera
 
 

Paolo Rumiz, Trans Europa Express, Milano, Feltrinelli, 2012.

 

Da troppo tempo, dalla caduta del Muro di Berlino, viviamo in un’atmosfera di ebete disgelo, come se la Russia non fosse diventata padrona dell’energia, come se fosse un corpaccione molle, incapace di reagire. La Frontiera orientale dell’Unione è una linea sismica solo apparentemente addormentata, e mi pare di esser passato attorno a questo confine come il gatto sotto il naso di un orso, che per sola fortuna non si è svegliato. Non pensiamo più alla Guerra fredda… ma forse l’oriente dell’Europa rischia di tornare verso il freddo.
 
 

Claudio Magris, La Borsa dei valori, in “La Repubblica”, 29 agosto 1997

 

Si sentono molti lamenti su un’Europa della moneta, priva di anima. È dubbio che l’anima possa essere contrapposta alla moneta, come se ci fosse un’antitesi fra lo spirito – qualsiasi cosa s’intenda con questo termine – e l’economia; lo spirito – che indirizza la vita e l’agire secondo valori assunti come fondamentali – è autentico solo se si traduce nel modo di essere e di operare, se dunque diventa anche un modo di vedere e di fare economia, di darle senso. Ovviamente i valori – e la loro esigenza – vanno rivendicati in una cultura che, sempre più, considera la vita solo in termini di bisogni, efficienza, utilità; anche in questo caso, i valori non vanno contrapposti ai bisogni, ma devono ispirare il modo in cui li si considera, li si soddisfa, oppure li si sacrifica a qualcosa di superiore. All’Europa del dopo Maastricht sono necessarie la consapevolezza e la difesa del principio di valore, di quell’esigenza di valori universali che costituisce da più di due millenni, l’essenza della civiltà europea.
 
 

Rino Gaetano, Metà Africa metà Europa, 1980

 

Africa il sole le dune è Africa
 
lontana ma legata all’America
 
i riti tribali di stregoni cardinali
 
di ministri triviali è Africa
 
Africa terra nera bruciata è Africa
 
le bombe il sangue è Africa
 
una mamma che prega un fermo di polizia
 
uno sparo un ferito è Africa
 
Africa ma per te che lavori e non ridi
 
per chi come te più non gioca
 
questa terra è ancora Europa
 
Europa le lotte di classe Europa
 
la difesa del posto Europa
 
per i tuoi interessi per i figli e noi stessi
 
per chi c’è e chi è disperso Europa
 
Africa il mare trasparente è Africa
 
ma nella storia c’è ancora una svastica
 
un ricordo preciso qualcuno è stato ucciso
 
nel cielo nel mare dell’Africa
 
 

Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, Il manifesto di Ventotene, Napoli, Guida, 1982.

 

Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l’attuazione saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.
 
 

Anonimo

 

Cos’è l’Europa? Un giorno l’ho chiesto a mio figlio Ivan, 6 anni. Mi ha risposto senza battere ciglio: “E’ un continente”. “Giusto, bravo. E se ti chiedessi qualcosa di più, per esempio: cos’ha di particolare?”. Mi ha spiegato pazientemente: “Nel mondo c’è l’Africa, l’America, l’Asia e l’isola con l’Australia. Poi c’è l’Europa in cui viviamo noi”. Mi è sembrato straordinario che sapesse tante cose e, forse un po’ stupidamente, l’ho premiato con una macchinina. “Se mi fai un altro regalo”, mi ha detto “ti faccio vedere anche la cartina”. Ero davanti alla prova definitiva del trionfo incontrastato delle leggi dell’economia in Europa.
 
 

Jacques Le Goff, L’Europa medievale e il mondo moderno, Roma-Bari, Laterza, 2003, p.3

 

«L’Europa è antica e futura a un tempo. Ha ricevuto il suo nome venticinque secoli fa, eppure si trova ancora allo stato di progetto. Saprà, la vecchia Europa, rispondere alle sfide del mondo moderno? La sua età sarà fonte di solidità o causa di debolezza? Le sue eredità la renderanno capace di affermarsi nella modernità?»
 
 

Paolo Rumiz, Trans Europa Express, Milano, Feltrinelli, 2012

 

“E se l’Europa fosse solo una fatamorgana irraggiungibile, come diceva Gombrowicz, proprio per che si affanna a cercarla da oriente? E se fosse un lento divenire, un progressivo addensarsi di etnie verso le terre del tramonto, oltre le quali non c’è che l’infinito oceano? Mi dicono che Cristo è il segno dell’Occidente. Perché non Zeus, allora? E Betlemme, che sta a oriente, appartiene forse a un mondo anti-cristiano? Mi sembra, in ogni caso, di appartenere a un mondo che sta crollando, che affonda in perfetta coscienza. Come l’Impero romano.”
 
 

Benedetto Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, a cura di Giuseppe Galasso, Milano, Adelphi Edizioni, 1991

 

Dicembre 1931

“Per intanto, già in ogni parte d’Europa si assiste al germinare di una nuova coscienza, di una nuova nazionalità (perché, come si è già avvertito, le nazioni non sono dati naturali, ma stati di coscienza e formazioni storiche); e a quel modo che, or sono settant’anni, un napoletano dell’antico Regno o un piemontese del regno subalpino si fecero italiani non rinnegando l’esser loro anteriore ma innalzandolo e risolvendolo in quel nuovo essere, così e francesi e tedeschi e italiani e tutti gli altri s’innalzeranno a europei e i loro pensieri indirizzeranno all’Europa e i loro cuori batteranno per lei come prima per le patrie più piccolo, non dimenticate già, ma meglio amate.” (Dicembre 1931)
 
 

Paolo Conte, Blue Haway

 

Sì, tu parlavi difficile, come fa l’Europa quando piove
 

e si rintana a dipingere le isole del sogno.
 

Io non sapevo risponderti perché
 

ascoltavo la pioggia
 
 

Luciano Canfora, È l’Europa che ce lo chiede. Falso!, Roma-Bari, Laterza, 2012.

 

Come non prendere dunque atto che si è chiuso un ciclo della storia dei sistemi rappresentativi? Tutti i sistemi politici (non solo in Europa) stanno accentuando il loro carattere oligarchico. Nei paesi “deboli” dell’Unione Europea il sistema rappresentativo-elettivo-parlamentare, nella forma conquistata tra Otto e Novecento, è morto. Quali sistemi politici stiano per essere progettati o realizzati è difficile dire.
 
 

Paolo Barnard, 2012

 
Le Istituzioni riflettono la società o esse “conformano” la società e ne inducono la struttura? In democrazia, la risposta dovrebbe essere la prima. Ma c’è sempre l’ombra della seconda…il “potere” tende a perpetuarsi, forzando le regole che, nello Stato “democratico di diritto” ne disciplinano la legittimazione. Ultimamente, poi, la seconda si profila piuttosto…ingombrante, nella sintesi “lo vuole l’Europa”.
 
 

Jacques Le Goff, L’Europa medievale e il mondo moderno, traduzione di Maria Cristina Carbone, Roma-Bari, Laterza, 1994.

 

L’Europa non è vecchia, è antica. Il mondo non è moderno, è attuale. La tradizione, se ben utilizzata, è una risorsa. La storia è una forza che spinge in avanti, e speriamo ? restituendo contenuto e titolo di nobiltà a un termine bistrattato dalla nostra epoca, specie in Europa, dove si sono prodotti abomini che si sarebbero pensati banditi per sempre da questo continente – che ci porti, se non verso il progresso, per lo meno verso certi progressi.
 
 

Giuseppe Mazzini, D’una letteratura europea, in Id., Scritti, editi e inediti, Roma, Commissione editrice degli scritti di Giuseppe Mazzini, 1877.

 

Giovani, che anelate il progresso de’ vostri fratelli! – Un ministero importante v’è affidato dalla umanità. Un tempo la patria consegnava al poeta il volume delle leggi e delle religioni de’ padri, dicendogli: Tu veglierai perché questo deposito rimanga intatto nel cuore de’ concittadini; i tuoi voti non saranno sacri che al cerchio di mura dov’io t’ho collocato. – Ma ora, voi avete un mondo a teatro di vostra gloria; voi dovete parlare ad un mondo: ogni suono della vostra cetra è patrimonio dell’umana stirpe, né potete toccare una corda, che l’eco non si propaghi fino all’ultimo limite dell’Oceano. V’ha uno spirito d’amore che favella a tutti gli abitanti di questa Europa, ma confusamente e con vigore ineguale. Gli errori di molti secoli hanno logorata la impronta comune; ma la poesia fu data dal cielo come voce che può ricongiungere i fratelli dispersi. Voi dovete eccitare e diffondere per ogni dove questo spirito d’amore; dovete abbattere le barriere che ancora s’oppongono alla concordia: dovete cantare le universali passioni, le verità eterne. Perciò studiate i volumi di tutte le nazioni: chi non ha veduto che una sola letteratura, non conosce che una pagina del libro dove si contengono i misteri del genio.
 
 

Charles-Louis de Secondat de Montesquieu, Riflessioni sulla monarchia universale in Europa, 1727

 

L’Europa, ormai, non è che una nazione composta da parecchie nazioni; la Francia e l’Inghilterra hanno bisogno delle ricchezze della Polonia e della Moscovia, così come una delle loro province ha bisogno delle altre: e lo Stato che crede di aumentare la propria potenza con la rovina del vicino, di solito s’indebolisce assieme a quello.
 
 

Edgar Morin, Pensare l’Europa, traduzione di Rossella Bertolazzi, Milano, Feltrinelli, 1988.

 

L’Europa è un Complesso (complexus: ciò che è tessuto insieme) il cui carattere è di riunire insieme senza confonderle le più grandi diversità e di associare i contrari in maniera non separabile. Per questo ci occorre non solo, una giusta modestia, ma anche un pensiero giusto per considerare il nodo gordiano europeo, in cui tante storie politiche, economiche, sociali, culturali, religiose, antireligiose sono intrecciate e costruite una dentro l’altra in modo nello stesso tempo conflittuale e solidale. Ci occorre concepire la complessità di ciò che la parola Europa nasconde.
 
 

George Steiner, Una certa idea di Europa, traduzione di Oliviero Ponte di Pino, Milano, Garzanti, 2006.

 

Il genio dell’Europa è quello che William Blake avrebbe definito «la santità dei minimi particolari». È il genio di una diversità linguistica, culturale, sociale, di un mosaico ricchissimo che spesso trasforma una distanza irrilevante, una ventina di chilometri, nella frontiera tra due mondi.
Quel verso vibrante di Shakespeare, «a local habitation and name», «una dimora e un nome», coglie uno dei caratteri che ci definiscono. Non ci sono «lingue minori». Ciascuna lingua contiene, articola e trasmette non soltanto un patrimonio irripetibile di memorie vissute, ma anche l’energia evolutiva dei suoi futuri, una potenzialità per il domani. La morte di una lingua è una perdita irreparabile, limita le possibilità umane.
L’Europa morirà se non combatte per difendere le sue lingue, le sue tradizioni locali, le sue autonomie sociali. Perirà se dimentica che «Dio si trova nei dettagli».
 
 

Luigi Einaudi, Chi vuole la pace, in «Corriere della Sera», 4 aprile 1948.

 

Il solo mezzo per sopprimere le guerre entro il territorio dell’Europa è di imitare l’esempio della costituzione americana del 1788, rinunciando totalmente alle sovranità militari ed al diritto di rappresentanza verso l’estero ed a parte della sovranità finanziaria. Ma sia ben chiaro che si tratta appena di un cominciamento, oltre il quale dovrà farsi ben presto deciso e lungo il cammino.
Quando noi dobbiamo distinguere gli amici dai nemici della pace, non fermiamoci perciò alle professioni di fede, tanto più clamorose quanto più mendaci. Chiediamo invece: volete voi conservare la piena sovranità nello stato nel quale vivete? Se si, costui è nemico acerrimo della pace. Siete invece decisi a dare il vostro voto, il vostro appoggio soltanto a chi prometta di dar opera alla trasmissione di una parte della sovranità nazionale ad un nuovo organo detto degli Stati Uniti d’Europa? Se la risposta è affermativa e se alle parole seguono i fatti, voi potrete veramente, ma allora soltanto, dirvi fautori della pace. Il resto è menzogna.
 
 

Maria Zambrano, L’agonia dell’Europa, edizione italiana a cura di Claudia Razza, Venezia, Marsilio, 1999.

 

È impossibile che un europeo parli oggi dell’Europa senza che ne risulti una specie di confessione e persino un pianto. Confessione, lamento e pianto hanno un che di cuore che scoppia, e provocano sempre un po’ di imbarazzo. Ma che scoppi il proprio cuore quando sembra esplodere il cuore del mondo, non sembra eccessivo. Europa è il luogo dove oggi esplode quel cuore del mondo, al punto che potremmo confonderla con esso, credere che in essa si trovino quelle viscere dolenti e sanguinose che di quando in quando lasciano vedere le loro profondità.
La prima cosa che percepiamo in questa esplosione del cuore europeo è la violenza, e se in questo istante la tragedia europea esplode con una violenza così forte, è perché essa stessa non ha violenza: lo è. La tragedia dell’Europa è la tragedia della violenza che alla fine è scoppiata.
 
 

Alberto Savinio, Sorte dell’Europa, Milano, Adelphi, 1977.

 

Per arrivare a una unione naturale e dunque valida, l’Europa deve scoprire da sé, inventare da sé la ragione profonda di essa unione: non riprenderla, non imitarla da altri. Altrimenti anche l’Europa farà il suo “sogno di Carlomagno”, il suo “sogno di Napoleone”, il suo “sogno di Hitler”.
L’appello che chiude il manifesto del comunismo, va aggiornato così: “Partigiani di tutta l’Europa, unitevi!”, intendendo per partigiani e partigianismo l’elemento genuino dell’Europa che opera per impulso proprio, e non per ordine o ispirazione altrui.
 
 

Jeremy Rifkin, Il sogno europeo: come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano, traduzione di Paolo Canton, Milano, Mondadori, 2004.

 

Per quanto sia troppo presto per dire quanto successo avranno alla fine gli «Stati Uniti» d’Europa, credo si possa affermare con certezza che, in un era in cui lo spazio e il tempo si stanno rapidamente annullando e le identità diventano sempre più stratificate e globali, nessuna nazione, entro venticinque anni, sarà in grado di far da sola: gli stati europei sono stati i primi a capirlo e ad agire di conseguenza, confrontandosi con la realtà di un mondo interdipendente in via di globalizzazione. Gli altri li seguiranno.
 
 

Martin Schulz, Discorso al Consiglio europeo, 18 ottobre 2012.

 

Che coraggio mostrarono i fondatori dell’Unione, quando sulle rovine fisiche e morali della Seconda Guerra Mondiale, presero decisioni destinate a passare alla Storia!
Dopo le distruzioni e le devastazioni della guerra, nemici giurati si porsero la mano e divennero amici; abbatterono i muri che dividevano i vicini e aprirono le frontiere, le dittature divennero democrazie e l’Europa una comunità di diritto. I problemi di oggi, rispetto ai disastri di allora, appaiono più facilmente risolvibili, a condizione che li affrontiamo insieme.
 
 

Stefan Zweig, Il Mondo di Ieri. Ricordi di un europeo, traduzione di Lavinia Mazzucchetti, Milano, Mondadori, 1946.

 

Era mutato il ritmo del mondo. Quante cose accadevano mai in un solo anno! Una scoperta, un’invenzione succedeva all’altra e questa a sua volta in un attimo diveniva patrimonio comune, giacché finalmente le nazioni avevano sentimenti comuni quando si trattava di comuni interessi. Mi trovai per caso a Strasburgo, in viaggio per il Belgio, il giorno in cui il grande dirigibile Zeppelin si preparava al suo primo viaggio. Quando Bieriot superò a volo la Manica esultammo a Vienna come fosse un nostro eroe; nell’orgoglio per il rapido succedersi di trionfi della tecnica e della scienza stava per la prima volta formandosi un senso di solidarietà europea, una coscienza nazionale dell’Europa. Come sono assurdi, ci dicevamo, questi confini ora che un velivolo li può tanto facilmente sorvolare; come artificiose e provinciali queste dogane, contraddicenti al senso del tempo nostro, che visibilmente aspira all’unione e alla fraternità universale! Tale slancio dei sentimenti non era meno mirabile di quello degli aeroplani: io compiango tutti quelli che non hanno veduto l’Europa in quegli anni della fede europea.”
 
 

Ulrich Beck, Nur gemeinsam hat Europa Kraft, in «Die Zeit», 19 marzo 2009 (traduzione a cura di ACIT Modena – Accademia della Crucca)

 

Nel 1946, in mezzo alle macerie dell’Europa uscita distrutta dalla Seconda Guerra Mondiale, Winston Churchill sosteneva: “Se l’Europa fosse unita, allora non ci sarebbero limiti per la felicità, il benessere e la gloria dei suoi quattrocento milioni di abitanti”.
Oggi incombe il rischio opposto: se di fronte alla crisi economica mondiale l’Europa si sfaldasse, allora non ci sarebbero più limiti all’infelicità, alla miseria e alla vergogna dei suoi politici e dei suoi cinquecento milioni di abitanti.
 
 

Leonardo Benevolo, La città nella storia d’Europa, Roma-Bari, Laterza, 1993.

 

Le città europee nascono con l’Europa e in certo senso fanno nascere l’Europa; sono una ragion d’essere, forse la principale, dell’Europa come entità storica distinta, continuano a caratterizzare la civiltà europea quando essa assume un posto dominante nel mondo, e danno un’impronta – positiva, negativa, ma in ogni caso preponderante – alle città contemporanee in ogni parte del mondo.
 
 

Jeremy Rifkin, Il sogno europeo: come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano, traduzione di Paolo Canton, Milano, Mondadori, 2004.

 

L’Europa è diventata la nuova «città sulla collina»: il mondo sta guardando a questo grande nuovo esperimento di governo transnazionale, sperando che offra quell’indicazione così necessaria riguardo alla direzione che l’umanità globalizzata deve prendere. Il Sogno europeo, con l’accento che pone sull’inclusività, la diversità, la qualità della vita, la sostenibilità, il «gioco profondo», i diritti umani universali, i diritti della natura e la pace, è sempre più affascinante per una generazione ansiosa di essere connessa globalmente e, nello stesso tempo, radicata localmente.